Che cosa c'è tra le domande e le risposte?
Edoardo dice che l'arte fa sempre delle domande e che il design da sempre delle risposte. Stiamo parlando di interrogazioni e di affermazioni, di cose che ci tolgono o ci danno equilibrio, che ci tolgono o ridanno certezza. Di luce e di buio, forse.
Sono stato nella cappella Sistina, quella stanza dipinta, con la parete immensa e verticale piena di corpi, era dichiaratamente la bellezza. Nessuno poteva criticare tutto quello, aveva fondamenta profonde cinque secoli ed un nome dorato che riempiva i nostri centri intellettuali. La verticalità e i soffitti pieni di pitture ci costringevano a guardare verso l'alto, ci davano vertigine e dolori cervicali. Era una grande domanda, eppure le stesse pitture, sui miei libri di storia dell'arte, studiate e ammirate, percorse attraverso riproduzioni piene di note, intellettualmente svelate ed emozionalmente non esperite, rappresentavano, senza dubbio, una risposta.
Non c'era mistero dentro quei libri ripassati per le interrogazioni, il mistero si fabbricava nei corridoi di un museo del Vaticano, mentre in fila scomposta insieme a decine di turisti di lingua diversa percorrevamo rapidi le stanze piene di marmo lucido, di arazzi e di busti, in viaggio verso la Cappella, la meta unica. Il mistero si rappresentava in quella stanza gremita di turisti con cappelli da baseball e cartellini con il gruppo di appartenenza, dove la calca dei visitatori non era che lo specchio della massa dei corpi tormentati sulla parete di Michelangelo. Forse eravamo la riproduzione vivente del Giudizio, e ognuno di noi soffriva per quello sgomitare, ognuno desiderava qualche istante da solo davanti a quella parete. Dov'era allora la domanda?
Erano i nostri corpi caldi di spettatori ad innescarla, a permettere la conversione alchemica
dalle risposte dei libri di storia alle domande dell'esperienza? Ero solo io a sentire quel punto interrogativo? Le domande nascono dalla qualità delle cose o dal nostro modo di affrontarle?
Se paragono la vita ad una danza in cui secondo un ritmo che non conosciamo si alternano domande e risposte allora posso percepirle come strumenti, un meccanismo in moto verso un unità più grande, una conciliazione superiore, una domanda? una risposta?
Sto facendo troppe domande? Sto facendo troppe domande! La tipografia occidentale mi aiuta a capire che domande e risposte sono solo la variazione elastica di un segno che sovrasta un punto alla fine della stessa frase. Ma esiste anche quell'ambiguo?! E' il crepuscolo o il tramonto?
I bambini, che vivono di domande finchè i loro genitori, dispensatori di risposte, non li sopportano più, potrebbero raccontarci la storia di una società che si nutre solo di interrogativi: sarebbe un luogo dell'infanzia perenne, non si costruirebbe niente perché al primo mattone ci si chiederebbe perché qui e non lì? perché di questa forma? e di questa materia? Si vivrebbe in stupore e ammirazione (forse no, l'ammirazione, così equilibrata e sobria, fa già parte dell'universo delle risposte), probabilmente si morirebbe di fame, e ci chiederemmo perché.
Una società che vive di sole risposte costruirebbe sé stessa sempre uguale e fino al parossismo,
eliminerebbe il dubbio e innalzerebbe il dogma, non proverebbe stupore ma compiacimento intellettuale, userebbe la critica e non la meraviglia. Vivrebbe necessariamente di superfici, non conoscerebbe il sogno né l'inconscio, non potrebbe crescere perché non esisterebbe ricerca, né utopia, ma solo concretezza.
Detta così sembra evidente la mia simpatia per le domande, ci portano alla passività totale, ma sembrano tenere e viene voglia di aiutarle, di rispondere appunto. Le risposte invece sembrano odiose e piene di sé, prepotenti e prive di umorismo, viene voglia di far loro uno sgambetto con una domanda ben assestata. Così anche l'arte e il design, o l'arte e la tecnologia, o l'arte di provocare domande e quella di fabbricare risposte, esistono per fecondarsi a vicenda in un cocktail che ha infiniti sapori. Un'arte priva di tecnica sarà tanto leggera da essere invisibile, una tecnica senza arte è una montagna immobile.
Ho sempre meditato molto prima di dare giudizi, mi identificavo nei saggi che fabbricano risposte inattaccabili in silenzio.
Uscivo da una mostra o da un cinema e restavo in disparte, ascoltavo scettico i discorsi di tutti. Ho capito più tardi che la prima reazione è ovviamente, e deve essere, l'istinto; che quelle che scansavo perché mi sembravano critiche affrettate, quei chiacchiericci fuori dai cinema o le discussioni dopo le mostre, in realtà erano domande sotto forma di affermazioni, erano la messa in moto emozionale che avrebbe fabbricato risposte solide.
Chi ha paura di sbagliare, o di dire la cosa sbagliata, allena sé stesso a scansare gli errori, cerca la ragione solida e non usa l'istinto, senza rendersi conto che gli errori non sono ostacoli da superare, sono spesso porte che ci aprono altre direzioni, sono strumenti, alleati e non nemici.
Alcune risposte significano in realtà delle domande, sono la rappresentazione di domande,
sono allegoria di domande. Come spesso le negazioni più perentorie di chi ci sta intorno sono in realtà richieste di aiuto.C'è stato un momento della mia adolescenza in cui dipingevo quadri senza affidarmi ad alcuna tecnica, senza un'obbiettivo, mi identificavo con un tipo di pittura attiva, qualcosa tra l'informale e l'action painting.
Mescolavo tutto, la cenere con gli smalti, l'acqua con l'acquaragia, rovistavo dentro un magma che conteneva tutto, casualmente, tentavo di manipolare quel coacervo di materia, davo forme che poi cancellavo, e tutto finiva sempre per ricadere nell'indistinto, una poltiglia che non si asciugava mai... mentre dipingevo pensando di lavorare nel nome imponente dell'azione, stavo male e mi sentivo sconfitto. Più andavo avanti e più aumentava un senso di sconforto che potevo curare solo distruggendo e dimenticando il lavoro fatto. Per reagire a tutto questo ho capito che il mio rifiutare la tecnica, e non pormi obbiettivi in nome di un'arte più onesta, in realtà era solo una trovata molto furba per giustificare senza scossoni il fatto che ero pigro e che non volevo confrontarmi con il lato tecnico dell'azione. Non volevo crescere, ma desideravo essere già completo in partenza.
Quando ho capito questo ho smesso di dipingere, ed è cominciato per me un percorso segnato dal dubbio e dall'inquietudine, cercavo di salvarmi da un senso di inadeguatezza che mi aveva riempito fino a quel momento. Mettevo in dubbio tutto, e mi confrontavo con ciò che mi era estraneo. Un'amica di nome Pascale, una pittrice estremamente sensibile da cui mi trovai a prendere lezioni, un giorno mi disse che ero bravo a disegnare con il carboncino, che avevo un abilità notevole e che dato che mi sentivo a mio agio in quel contesto avrei dovuto provare a disegnare con il pennino a china. Inutile dire che fu un disastro. Se prima i gesti erano ampi e i segni sicuri, adesso grattavo il foglio con l'inchiostro senza soddisfazione. Capivo dove Pascale voleva portarmi, ma non lo accettavo. Il fatto è che volevo essere bravo ed essere riconosciuto come tale; il pennino a china invece mi riportava indietro, come se non avessi mai disegnato.
Smisi anche di disegnare, smisi di colpo anche di scrivere e poi,
lentamente, ricominciai ad esprimermi. Ho ricreato un passo dopo l'altro un io visivo e verbale che comunica, ma solo due anni fa ancora lavoravo esclusivamente per l'affermazione di me stesso. Questo mi portava a temere gli errori, e a limare fino all'osso l'immagine che gli altri avevano di me. Era come se volessi solo apparire, e ne ero cosciente. Mi trovavo in un circolo vizioso alimentato da un'apparizione superficiale di me stesso, dal terrore di deludere le aspettative e da una mania per l'ordine razionale. La mia sensibilità si ribellava frequentemente e usciva da ogni smagliatura, ma usciva di nascosto e così timidamente che la realtà intorno a lei, gli amici, la famiglia, gli insegnanti, la ricacciavano subito dentro, rifiutandola come una lato squilibrato, una macchia in quel mio io così bravo e pieno di rigoroso talento.
Piano piano la ribellione ha avuto la meglio, la poesia ha preso il comando, e se prima mi sforzavo con ogni mezzo di dissimulare le emozioni fuori luogo, adesso mi arrabbio con mè stesso quando anche nella più modesta delle situazioni, sia essa comprare il giornale o telefonare a mia nonna, non mi pongo in una prospettiva emozionale.
C'è stato un momento in cui avevo risolutamente scelto la strada del design, volevo fare questo mestiere perché ai miei occhi era luminoso e privo di ambiguità, era un luogo della certezza e della tecnologia. Riuscivo così a risolvere i miei problemi con lo studio delle tecniche, mettendomi a studiare diligentemente la metodologia del progetto, e con l'ambiguità della mia natura razionale-emozionale, scegliendo per un percorso decisamente razionale. Ovviamente, una volta avviata questa scelta, quando avevo già comprato tutti i libri del caso, e quando intorno a me il mondo cominciava ad identificarmi con questa professione, la natura emozionale ha cominciato a sgretolarla, sono caduto nel malessere e nell'inattività. All'improvviso avevo bisogno della natura ambigua, buia e indefinita dell'arte come non mi era mai capitato. Era come provare nostalgia per qualcuno con cui si è rotto brutalmente e da cui si sente il bisogno di farsi perdonare.
Domande e risposte danzavano alternandosi senza sosta,
ho capito che non avrei mai potuto vivere bene se non fossi riuscito a riappacificarle. Mi prese la paura della trasformazione, sentivo che andavo verso un'io multiforme e debordante, che se prima ero tutto intento a limare una sola immagine di me, adesso ne stavo preparando almeno una decina: il poeta, il filosofo, il figlio, il grafico, lo scrittore, l'artista, l'amante, il critico...tutte ad un livello superficiale, e tutte in collegamento costante. Ho cominciato a sentirmi uno Zelig, con il mondo intorno a me che mi guardava duramente dicendomi che nella vita bisogna scegliere una cosa e fare solo quella, io invece volevo rendere positiva questa forma di esistenza camaleontica, raschiando via tutti i lati disprezzabili di una vita multiforme.
In fondo il mio io è infinito, e deriva dalle combinazioni infinite di queste decine di io-facciata, sommate probabilmente da un ingrediente comune, estremamente profondo e per me ancora indescrivibile.


